Cronache dal Tigray

Il 3 novembre del 2020 l’Etiopia ha visto iniziare una guerra interna che ha contrapposto le forze federali del primo ministro Abiy Ahmed (premio Nobel per la pace nel 2019) alle Tigray Defense Forces (TDF), le forze paramilitari costituite dal partito Tigray People’s Liberation Front (TPLF). La causa che ha portato al conflitto è stata la richiesta, il 20 settembre del 2020, al National Election Board of Ethiopia da parte del TPLF, di organizzare le elezioni regionali nel Tigray. Regione settentrionale dell’Etiopia, il Tigray è stato protagonista della storia del Paese soprattutto negli ultimi decenni, grazie alla sua importanza economica e politica, avendo un ruolo di primaria importanza nel governo dello Stato. Alla richiesta il governo ha replicato negativamente. Il TPLF, di tutta risposta, organizzò le proprie elezioni autonomamente. Il risultato delle urne, secondo il TPLF, emise la schiacciante vittoria del partito, eleggendo tutti i suoi rappresentanti nei seggi disponibili. Il primo ministro Abiy Ahmed non ne riconobbe la validità, vietando peraltro ai giornalisti stranieri di recarsi nel Paese per documentare quanto accadeva.
 Il 4 novembre del 2020 un attacco da parte del TPLF alle basi militari dell’esercito federale diede inizio alla guerra. Nel 2021 e 2022 il conflitto mise in condizioni di estrema gravità i 6 milioni di abitanti della Regione. Si contano tra i 500.000 e 1 milione di morti, di cui il 60% per fame, e circa 2.5 milioni di sfollati interni, con intere frange di persone di origine tigrina risiedenti in altre Regioni costrette a spostarsi in cerca di riparo. Sia da Est, nelle zone confinanti col Sudan, in Amhara, che da Ovest, in Afar, milioni di persone si sono incamminate verso le zone di Adwa e Axum, dove tuttora risiedono circa 350.000 rifugiati. 
Per combattere l’esercito tigrino il governo federale si è alleato con le milizie dell’Amhara, l’Oromia (Regione del centro sud del Paese) e l’Eritrea, il cui esercito ha sferzato un attacco da nord spingendosi ad Axum, Adwa, Adigrat fino a Makallè, la capitale della Regione. 
Le conseguenze sono state spaventose: una carestia che ha portato circa il 60% delle vittime a morire per cause dovute alla denutrizione, la completa mancanza, nei 2 anni di conflitto, di elettricità, acqua potabile e Internet, motivo per il quale il Tigray è stato completamente tagliato fuori dal resto del mondo e impossibilitato a comunicare. 
Il 2 novembre 2022, a 2 anni esatti dall’inizio della guerra, è stata sancita la cessazione delle ostilità a Pretoria, in Sudafrica, tra il governo etiope e le forze regionali del Tigray. Nonostante il patto continuano le mobilitazioni di truppe nelle zone ai confini con l’Eritrea e tuttora sono in corso atti di guerriglia e scontri a fuoco in Amhara.
Come evince dalle testimonianze, molti abitanti sono stati vittime di saccheggi, uccisioni, aggressioni e stupri. La mancanza di cibo, acqua e corrente elettrica ha moltiplicato il rischio epidemie dovute all’assenza di medicinali e il moltiplicarsi di parassiti nell’acqua di fiume, l’unica a poter essere utilizzata durante il conflitto.
I rifugiati, dislocati in diversi campi tra Scirè, Axum e Adwa, sono arrivati dopo centinaia di km percorsi a piedi, attraversando il deserto e infine le catene montuose che si ergono nella Regione. Molti di loro sono stati costretti a compiere una scelta drastica. Hanno diviso scientemente le famiglie per dare una chance ad alcuni dei componenti. Metà hanno cercato fortuna in Sudan e l’altra metà si è mobilitata ad ovest. Nei campi non esistono presidi sanitari, scuole e, ovviamente, lavoro.
Nonostante la tregua continuano le mobilitazioni dei combattenti in Amhara e nelle catene montuose lungo i confini dell’Eritrea.  
Ancora ora arrivano bollettini con l’elenco dei guerriglieri uccisi sul fronte, dando luogo a giornate e manifestazioni di lutto che coinvolgono la maggior parte delle famiglie. Ad Adwa, il 17 ottobre scorso, si è svolto un grande raduno che ha mobilitato decine di migliaia di persone alla richiesta di pace e rispetto per i propri defunti, tutti vestiti a lutto, avvolti dal Gabi, il tradizionale panno bianco etiope.
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